Intervista al ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca Maria Chiara Carrozza

AIRI: Ogni iniziativa di rilancio dello sviluppo economico e dell’occupazione deve fare i conti con la qualità complessiva della nostra Ricerca che sconta ancora una sostanziale inadeguatezza non solo da un punto di vista delle risorse finanziarie investite o del capitale umano disponibile, ma soprattutto per quanto riguarda un effettivo trasferimento tecnologico nel processo produttivo. Le conoscenze acquisite nella ricerca stentano, nella sostanza, a trasformarsi in valore economico. Come si può facilitare con maggiore efficacia l’implementazione di nuove tecnologie nel mondo delle imprese? Quali azioni si possono mettere in campo?

M.C.C.: Innanzitutto vorrei ricordare la grande operazione di trasparenza portata avanti dal MIUR con la pubblicazione del rapporto Anvur sulla Valutazione della qualità della ricerca. Si è trattato di un grande sforzo fatto dal mondo dell’università e della ricerca, un esercizio fondamentale perché per programmare bisogna poter disporre di una banca dati per misurare.
Sappiamo che i ricercatori italiani sono tra i più produttivi d’Europa per quanto riguarda l’output di produzione scientifica su euro speso, ma l’Italia ha una delle medie più basse d’Europa per ricercatore pro capite. Su questo fronte le cose possono cambiare e stanno cambiando. Dobbiamo continuare a lavorare per far sì che i nostri ricercatori abbiano più possibilità, più autonomia e più indipendenza, come abbiamo fatto con la pubblicazione del bando SIR (Scientific Independence of Researchers), riservato a giovani ricercatori che abbiano dimostrato autonomia ed indipendenza scientifica.
E poi arriviamo alla questione del trasferimento dei risultati della ricerca. La filiera del valore che va dalla ricerca al mercato è un problema non solamente italiano ma anche europeo. Prova ne sia l’irrisolta questione delle strategie per l’innovazione europea e l’impianto di Horizon 2020 che porta ad una maggiore rilevanza sui temi della valorizzazione del risultato.
Quindi, la risposta non può essere solamente italiana ma europea. L’Italia deve cercare di saper prendere le cose buone della progettazione europea, e qui penso in particolare al programma Horizon 2020 e guardare alle best practice europee, che hanno saputo portare più a monte nell’investimento della ricerca le partnership pubblico-private. Oltre a ciò bisogna lavorare per una professionalizzazione e focalizzazione delle competenze delle attività a supporto del trasferimento di conoscenze e competenze.

L’articolo completo è disponibile in Notizie AIRI 182/2013.

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