L’industria da non dimenticare

Sostenere la ricerca scientifica e l’innovazione tecnologica, malgrado l’attuale crisi dell’economia è un messaggio ribadito da più parti: presidente della Repubblica, presidente di Confindustria, importanti economisti come Alberto Quadrio Curzio e Fabrizio Onida, oltre che ministri come Passera e Profumo. Però nella proposta di spending review erano stati introdotti inaspettatamente tagli ai bilanci degli enti di ricerca.

Da qui, un coro di proteste più o meno forti, a seconda della capacità di lobby dei vari enti. Ma al di sopra della clamorosa incongruenza “politica” di questi tagli, oggi fortunatamente parzialmente rientrati, rimane l’impressione che si possa correre il pericolo che anche in questo Governo non sia vincente la consapevolezza che vi è una assoluta necessità, per la crescita della competitività del Paese e quindi della sua economia, di una politica industriale pro-attiva a sostegno della ricerca scientifica e di concrete iniziative di sviluppo tecnologico.

È pur vero che al momento il Governo sta cercando di sfruttare le residue disponibilità per il sostegno della ricerca industriale e dell’innovazione tecnologica dei tradizionali fondi rotativi (Far Legge 297/99 e Fit Legge 46/82). Con la disponibilità del Far, il Miur ha recentemente lanciato due bandi principalmente per il Centro-Nord (sviluppo e potenziamento di cluster tecnologici nazionali con dotazione di 368 milioni di euro e presentazione di idee progettuali per smart cities and communities and social innovation con dotazione di 665,5 milioni di euro). È certamente un segnale forte, che però presenta alcuni punti interrogativi nell’allocazione e nelle modalità.

Non vi è dubbio che le aziende italiane manifatturiere, in particolare le Pmi, si trovino oggi in difficoltà anche a sostenere iniziative relativamente limitate di innovazione tecnologica di prodotto e di processo. La crisi di liquidità, l’incertezza economica e la difficoltà ad accedere al credito bancario richiederebbero quindi una particolare attenzione governativa. Ma l’impressione, che nasce anche da un esame attento di questi bandi, è che il Governo abbia deciso di sfruttare la maggior parte delle risorse disponibili per affrontare l’annoso problema del ritardo del Paese nella diffusione delle tecnologie digitali (il così detto digital divide) che rallenta lo sviluppo sociale e civile. Infatti, nel bando “smart cities”, saranno le tecnologie Ict digitali (Information and communication technologies) a prevalere, mentre lo spazio per tecnologie più hard, tipiche delle Pmi manifatturiere italiane, sarà meno rilevante, come già avvenuto nell’allocazione delle risorse di un simile bando “smart cities” per le regioni meridionali della convergenza.

Questa scelta di allocare sul sostegno delle tecnologie digitali parti rilevanti delle risorse residue è anche confermata da alcune dichiarazioni del Ministro Passera. Una scelta certamente essenziale per il progresso del Paese, anche tecnologico, ma che richiede per il suo successo il completamento delle necessarie infrastrutture (vedi banda larga) e quindi tempi lunghi. Far crescere la competitività del Paese grazie ad una crescente diffusione delle tecnologie Ict può essere certamente parte rilevante di una condivisibile politica industriale, ma senza trascurare quella parte manifatturiera che costituisce il cuore dell’industria italiana e che è alla base delle sue esportazioni.

È pur vero che il bando “clusters tecnologici” ha come scopo il sostegno, in nove importanti settori, della ricerca condotta da industrie medio-grandi e PMI, con un forte coinvolgimento della ricerca pubblica. Un nuovo modello di aggregazione che non può che essere apprezzato. Ma la particolarità dell’attuale momento avrebbe suggerito una più equilibrata allocazione nei due bandi delle risorse disponibili. Né vi sono al momento speranze per il manifatturiero di trovare ulteriori significative risorse presso il Mise. Infatti, il decreto sviluppo, sfruttando un accorpamento degli ultimi fondi residui promette una disponibilità di circa un miliardo di euro per un “fondo per la crescita sostenibile”, ma affossa l’unica possibilità di un sostegno rapido ed automatico come il credito d’imposta.

La proposta attuale (bonus con massimale di 100.000 euro per impresa per l’assunzione di giovani sotto i 35 anni) è, come giustamente rilevato da Fabrizio Onida (Il Sole 24 Ore del 12 Luglio) il ruggito del topo. Eppure, l’innovazione tecnologica nel manifatturiero italiano è ancora rilevante. Vi sono esempi recenti di eccellenza come i mems utilizzati negli smart-phone e nei tablets, la tecnologia per la produzione da canne lacustri di etanolo per autotrazione, la migliore tecnologia mondiale per la produzione in continuo di lamierino di acciaio, le più efficienti plastiche biodegradabili e così via. Considerare tutto questo come un naturale processo di crescita competitiva, che non richiede particolare sostegno, sarebbe un grave errore.

Renato Ugo

Presidente Airi (Associazione Italiana per la Ricerca Industriale)

Sole 24 Ore, 31 luglio 2012

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