Associazione Italiana per la Ricerca Industriale

Caro governo, ecco cosa ci aspettiamo

Che l’entità delle risorse impegnate nella ricerca industriale sia un fattore chiave per la competitività non solo tecnologica di un Paese è ormai una ovvietà. Ma una ovvietà di cui tener conto a livello politico in un Paese come l’Italia che si trova ormai a competere nel mercato globale in uno scenario di crisi economica e di “aspra” lotta tecnologica e commerciale. Per evidenziare la criticità della massa critica della ricerca industriale italiana, è sufficiente la “crudezza dei numeri”. In termini percentuali l’impegno della ricerca privata rispetto al totale nazionale delle spese in ricerca e sviluppo tecnologico è di gran lunga superiore in Paesi “forti industrialmente come la Germania (68%), gli USA (69%), il Giappone (77%), rispetto al 54% dell’Italia.

E’ pur vero che questo “gap” nasce in parte dalla anomalia strutturale dell’industria italiana. In Germania, USA e Giappone è significativa la presenza della grande industria caratterizzata da elevati fatturati e quindi da una rilevante disponibilità per la ricerca privata e lo sviluppo tecnologico. Inoltre la struttura industriale fruisce di un significativo sostegno pubblico indiretto tramite il “public procurement” nel settore della difesa e della salute, come negli USA, o della qualità della ricerca applicata condotta in una serie di Enti pubblici di eccellenza, come in Germania e in Giappone. Invece in Italia la grande industria è quasi scomparsa a partire dagli anni ’80-’90, sostituita da un universo di piccole-medie e talvolta medio-grandi imprese (le così dette mini-multinazionali) con risorse dedicate alla ricerca relativamente limitate come valore assoluto. Oltre a ciò il contributo alla ricerca industriale da parte di Enti di pubblici di ricerca non è ancora significativo. Si potrebbe quindi arrivare alla conclusione che, anche per ragioni strutturali, in Italia le risorse disponibili per la ricerca industriale non potranno mai recuperare questo “gap”. Però se nel Regno Unito e in parte anche in Francia, con una relativamente limitata presenza delle grandi industrie (con alcune importanti eccezioni), questa percentuale è del 64 / 65%, cioè un valore non così lontano dal 54% dell’Italia, vi è forse la possibilità per l’Italia di migliorare se verranno messe in atto forti politiche industriali di sostegno all’innovazione che permettano sia alle mini-multinazionali italiane di crescere anche tecnologicamente sia di sviluppare nello stesso tempo una rete di robuste start-up high-tech innovative.

Un modello potrebbe essere quello israeliano, dove l’elevato contributo della ricerca applicata industriale arriva all’82%, sostenuto da valide aziende di media dimensione ed in particolare da un “nugolo” di start-up high-tech innovative, e da un significativo contributo del “public procurement”. Per seguire questo modello si dovrebbe però attuare al più presto un’inversione della tendenza, in atto ormai dal 2007 – 2008, del contenimento dell’impegno pubblico per la ricerca sia privata sia in particolare quella pubblica. Come riportato nel recente articolo di Chiara Bussi (Sole 24 Ore dell’8 giugno 2015), mentre la ricerca industriale italiana ha mantenuto nel periodo critico 2008-2014 un livello di spesa annua intorno ai 10 miliardi di euro, la spesa pubblica è diminuita da 9,5-9,9 miliardi di euro a 8,5-9,1 miliardi di euro. Si tratta di valore a prezzi correnti che quindi nascondono in termini reali un decremento inflattivo. In Germania nello stesso periodo non solo la ricerca industriale ha tenuto ma l’impegno annuo governativo per il sostegno della ricerca pubblica è cresciuto da circa 17-18 miliardi di euro a circa 23,7-25,7; le ricadute sulla competitività del Paese sono oggi evidenti. Eppure l’attuale Governo italiano, pur ponendosi di raggiungere importanti obiettivi istituzionali, socio-economici e legislativi per “cambiare il Paese” non sembra ritenere necessario per “far crescere il Paese” sviluppare nel breve un forte impegno per il sostegno della ricerca scientifica.

Al momento si limita a enunciazioni pubbliche largamente di cosmesi. Infatti appaiono molto “teorici” i rilevanti finanziamenti che dovrebbero arrivare sia per la ricerca pubblica sia per quella privata nel quadro del prossimo Piano Nazionale di Ricerca settennale. Questo piano che dal punto di vista dei contenuti e dell’impostazione strategica è interessante e innovativo, si basa infatti in parte su finanziamenti non certi, poiché richiedono di poter ricavare nel periodo del Piano circa 10 miliardi di euro dal molto competitivo programma europeo Horizon 2020. Un’ipotesi che nel caso del budget previsionale di una qualsiasi industria sarebbe oggetto di una severa critica da parte del Collegio Sindacale oltre che da parte dei Revisori dei conti. In questo quadro di limitata disponibilità per un forte sostegno alla crescita dell’impegno per la ricerca scientifica, vi è tuttavia qualche spiraglio riguardo al sostegno della ricerca industriale applicata. Infatti vi sono alcune iniziative, che però ancora non indicano una vera inversione di tendenza, da parte del MISE (Ministero per lo Sviluppo Economico), come una prima forma, anche se non ancora soddisfacente, di credito d’imposta, alcune facilitazioni fiscali collegate al progetto patent-box per stimolare nelle aziende la difesa della proprietà industriale e il lancio di tre significativi bandi a valere sul Fondo per la Crescita Sostenibile per un totale di circa 700 milioni di euro a sostegno della ricerca industriale italiana. Non a caso il Ministro per lo sviluppo economico Guidi ha una solida esperienza di gestione industriale, a conferma che le iniziative pubbliche per il sostegno della ricerca applicata e dello sviluppo tecnologico prendono più facilmente e rapidamente forma se affidate a ministri forti con un passato operativo nel settore, così che diviene inutile il frequente ricorso del mondo politico a quei teorici dell’innovazione che ritengono che la ricerca industriale e lo sviluppo tecnologico siano più una questione di metodo che di decisioni in tempi brevi e disponibilità di risorse reali.

Renato Ugo
Presidente AIRI
Associazione Italiana per la Ricerca Industriale

Formiche n. 105 – 2015